Io non sono sempre delle mie opinioni. G. Prezzolini

venerdì 26 aprile 2013

Cari Grillo e Casaleggio, alzate il tiro



Cari Grillo e Casaleggio, fingiamo che leggerete questa mia, che in ogni caso vi invierò. Il sottoscritto è un giornalista che simpatizza per il vostro movimento perché l’unico su piazza che ha in sé le premesse per far largo ad una vera Liberazione. Con i suoi limiti, difetti ed errori, com’è umano che sia essendo nato praticamente ieri, partito da una sana tabula rasa degli schemi del passato, e composto da persone assolutamente comuni, e perciò prive di preparazione politica. È una forza, quella da voi fondata, al momento rivoluzionaria solo potenzialmente, ma che presenta i presupposti per diventarlo effettivamente: il rifiuto dell’intera classe partitica, una sacrosanta ostilità per i padroni del vapore, la confusa ma forte volontà di riappropriarsi direttamente della cosa pubblica, l’apertura a orizzonti alternativi in economia, il tentativo di conciliare istanze sociali finora considerate opposte (il precario è sia lo schiavo del contratto a tempo che il piccolo imprenditore alla catena della finanza bancaria), l’intuizione del primato della vita sulla produzione, la riscoperta del necessario valore della comunità. 
Ma per fare del Movimento 5 Stelle l’ariete della distruzione creativa e ricostruzione radicale non basta l’agenda elettorale, né lanciare suggestioni e richiami senza una rigorosa elaborazione culturale. Occorre alzare il tiro e affrontare, sia pur con la dovuta gradualità, i nodi epocali che tengono l’Italia e l’Europa soggette a mali di fondo che vanno ben al di là dei costi della politica o del livello di tasse. Io mi permetto qui di suggerirvi tre temi di lungo periodo che secondo me dovrebbero essere fatti propri da un movimentismo che non si rassegni ad un’opposizione puramente parlamentaristica, istituzionalizzata e a rischio binario morto nell’inseguire la tattica del giorno per giorno. 
1. Il controllo della moneta è decisivo. Il sistema monetario europeo andrebbe radicalmente rifondato. Non essendo possibile farlo, lo Stato nazionale, attualmente depositario della sovranità popolare, deve poter riprendersi il potere di emissione e circolazione delle moneta. Il ritorno alla valuta nazionale dovrebbe farsi a due condizioni: un’uscita regolamentata e organizzata in modo da alleviare le prime conseguenze negative, e un riassetto radicale della gestione monetaria, a partire dalla proprietà pubblica della nuovo divisa nazionale, con una banca nazionale dello Stato e non in mano alle banche. Riappropriandosi della moneta, togliere alle banche l’esazione occulta dell’interesse rimodulando il circolante: non più liquidità speculativa, ma scambi tramite moneta deperibile e garantita da camere locali di compensazione. 
2. Il metodo di autogoverno preferibile è la democrazia diretta in ambito locale, con una parte di delega rappresentativa limitata all’essenziale (come in Svizzera e più della Svizzera). L’architettura istituzionale, coerentemente con l’aspirazione all’autogoverno più vicino possibile alla dimensione comunitaria, dovrà essere giocoforza federale. Questo anche deriva dal bisogno di rimettere radici, di riscoprire i caratteri ancora vivi e vivificanti delle tradizioni, ridare alla vita del singolo ritmi e condizioni a sua misura e del contesto naturale in cui vive (ottica bioregionale). Un federalismo a democrazia diretta secondo il principio di sussidiarietà: altro che vent’anni di chiacchiere leghiste. 
3. Mettere in discussione l’alleanza-sudditanza agli Stati Uniti e alla sua politica imperiale va di pari passo con lo svincolarsi dalla dittatura dell’austerità germanica. Come non è sopportabile una politica economica ostaggio dei diktat tedeschi, non è più accettabile essere di fatto un protettorato Usa, con basi disseminate sul territorio nazionale ed una politica estera succuba degli interessi di Washington. È vitale porsi l’obbiettivo della riconquista della sovranità, presupposto della libertà di autodeterminazione. 
In sintesi, il nostro già barzellettesco Stato non batte moneta, di fatto non ha autonomia fiscale, è privo di indipendenza geopolitica e si è consegnato mani e piedi ad una tecnostruttura sovranazionale schiava della speculazione: tecnicamente, non è più in nulla uno Stato sovrano, libero. Una colonizzazione avvenuta in modo indolore, sottile, mascherato, coperta dai falsi ideali dell’atlantismo, del libero mercato e della mistica europeista. Non a nostra insaputa, sia chiaro, ma col nostro consenso o con la nostra indifferenza. Ne stiamo pagando amaramente il fio, che si chiami Napolitano bis, dittatura dei mercati, Mes, Esm, tassazione usuraia, schiavitù salariata, immigrazione senza controllo, oblio della storia e paesaggio sbranato. In una parola: disumanizzazione.
Ma per tutto ciò, il blog, i meetup e la rete da sole non bastano. Serve una palestra d’idee per addestrare i cittadini che sognava Monicelli in un suo appello prima di morire: che non si affidino alla trappola della speranza, ma lottino per la sovversione dell’ingiustizia. Massimo pragmatismo sul qui e ora, ma nessuna concessione su scopi finali che andrebbero definiti con chiarezza, senza fretta ma anche senza indugio. Create, creiamo un giornale online della rivoluzione futura, che coinvolga menti giovani e non più giovani, ma ferventi di pensieri coraggiosi. E si strutturi il movimento privilegiando le competenze, con un’opera di formazione culturale e politica istruendo eletti e candidati. Fatelo, o il presente vi schiaccerà. E con esso, la nostra fiducia nel vostro movimento. 

Alessio Mannino
www.ilribelle.com 24 aprile 2013

domenica 3 marzo 2013

Ingrillato vicentino (si fa per dire)



Sorpresa: il direttore del Giornale di Vicenza, quotidiano degli industriali, moderato e sobrio per antonomasia, specchio della vicentinità, è diventato un fan dell’ipotesi più estrema: un governo Grillo. Lo ha scritto nel fondo domenicale di oggi: «c´è anche un´uscita di sicurezza. Consiste nell´offrire direttamente a Grillo la guida del governo, per realizzare i dieci-quindici punti che sono presenti sia nel programma a 5 stelle che nei programmi di Pd e Pdl». I grillini, per Gervasutti, non farebbero certo una figura peggiore di Scilipoti e De Gregorio, e questo è pacifico. In tal modo, conclude il direttore, «gli alibi sparirebbero: sarebbe chiaro chi voterebbe e per cosa. Tutti, sia i grillini che i Pd che i Pdl, sarebbero costretti a fare e non solo a parlare. E così potremo scoprire chi è il vero clown».
E già, perché non è un mistero che il cuore di Gervasutti, che viene dal Giornale di Montanelli senza lasciarlo quando diventò di Feltri e dunque un house organ di Berlusconi, batta a destra, parte Pdl, corrente Galan. Quell’insulto tedesco ai “due clown” deve averlo offeso, ma in particolare per quanto riguarda Silvio. Così, ecco l’idea: mostriamo quanto incapaci sono questi grillini parlanti. Dovrebbe spiegare meglio, a dire il vero, quali sarebbero i «dieci-quindici punti» in comune fra i programmi di M5S, Pd e Pdl. L’Agenda Grillo, da sola, ne contempla 16. Boh.
Tre giorni fa, in un incontro del club Lions di Thiene, aveva teorizzato una soluzione diversa:  «L´accordo deve essere fatto esclusivamente fra Pd e Pdl, fra gli uomini migliori e giovani dei due partiti. Il problema è che certi protagonisti della scena politica italiana, parlo in questo caso di Bersani e Berlusconi, ragionano ancora in questi termini, cioè con la logica della spartizione. Bersani ha già annunciato che non farà mai accordi con Berlusconi, e viceversa, continuando a ragionare in termini personali». Gran brutto problema, la spartitocrazia. Così come l’orgoglio di fazione: «speriamo che nel giro di quindici giorni si chiariscano le idee e si convincano che per almeno due anni bisognerà accantonare i dogmi di una parte e dell´altra, e anche chi se ne è fatto portatore, per lasciare spazio ai giovani. la nostra unica speranza per salvare il Paese». Insomma, basterebbe un passo indietro dei due leader, da sostituire rispettivamente con Alfano e Renzi, e il gioco sarebbe fatto.
E allora com’è che oggi invoca Grillo premier? Si sarà mica ingrillato anche lui? Rileggiamo un po’ di cosa scriveva di Grillo e del Movimento 5 Stelle nei suoi editoriali passati.

“Grillo è impegnato a preparare il prossimo tour comico a base di insulti” 20 gennaio 2013
“Grillo, che in tv non ci va da anni, occupa internet per mandare affantutti e ribadire così il punto più alto e qualificante del suo programma politico” 30 dicembre 2012
“Chi sperava in Beppe Grillo per mettere un po´ d´ordine nello sfascio, è però costretto a ricredersi: ogni giorno che passa emergono i limiti di un movimento che è un incrocio tra la Forza Italia dei primi tempi e la Lega del cappio in Parlamento” 25 novembre 2012
“Diverso è il discorso che riguarda i 5 stelle di Grillo: lì i giovani ci sono, peccato che a mancare (sempre con le lodevoli ma rare eccezioni) siano i fondamentali. A partire da quelli democratici” 18 novembre 2012
“ci si imbatte nel decalogo del Movimento grillino redatto da un docente di Filosofia del diritto, pubblicato sul sito del comico-politico, e si resta a bocca aperta per le analogie con concetti e toni espressi una novantina di anni fa da “movimenti” che all´epoca si apprestavano a fare anch´essi la rivoluzione in Germania o in Italia. Sia chiaro: Grillo non è certo un aspirante dittatore, e ha ragione quando dice che se non ci fosse lui ci sarebbe davvero spazio per gli estremisti. Ma il legittimo disgusto alimentato dal fallimento di certa politica non può limitarsi allo sfogo nelle piazze virtuali. Anche perché per arrivare nelle piazze vere perfino i profeti devono prendere l´autostrada, poco importa se in camper come Renzi o in Suv come Grillo”  23 settembre 2012
“La deriva presa da Grillo, ormai lontano dalla corrosiva ironia dei tempi migliori, si basa su un´arrogante autoinvestitura a custode della Verità rivelata da Internet: nella più totale ignoranza del fatto che una stupidaggine moltiplicata da milioni di clic non si trasforma in Verità, ma resta una stupidaggine” 2 settembre 2012
“l´armata fantasma di Beppe Grillo e dei suoi fedeli informatici taroccati”  22 luglio 2012
“l´Italia è il Paese che ha consentito a una persona che non aveva mai fatto politica in vita sua, e si era sempre dedicata alla televisione grazie alla quale aveva conquistato una enorme popolarità, di fare breccia nelle convinzioni dei suoi concittadini presentandosi come l´unica vera novità in grado di cambiare tutto con un colpo di bacchetta magica. E gli italiani gli hanno creduto. Usando il mezzo televisivo direttamente, senza l´intermediazione dei giornalisti verso i quali nutriva un corrisposto disprezzo, questa persona ha potuto dire tutto e il contrario di tutto mescolando demagogia a qualche buona intuizione, populismo e popolarità. È riuscito a mettere la sordina a qualche vicissitudine giudiziaria e a colpi di battute che spesso facevano ridere, alcune volte lasciavano sconcertati, si è lanciato alla conquista del potere non disdegnando figuracce internazionali quando si è approcciato a temi riguardanti la politica estera. E no, questa persona non si chiama Silvio Berlusconi: si chiama Beppe Grillo” 1 luglio 2012
“Il programma di Grillo contiene intuizioni condivisibili e solenni castronerie, al pari dei programmi di altri partiti. Tocca a ciascuno di noi separare il bambino dall´acqua sporca” 3 giugno 2012
 “Beppe Grillo ha spiegato qual è la sua ricetta per risolvere i problemi dell´economia: «Non paghiamo il debito pubblico». Una risata seppellirà anche lui. Purtroppo, insieme a tutti noi” 22 aprile 2012

giovedì 17 gennaio 2013

I mercati, nostri veri padroni, hanno nomi e cognomi. Eccoli



Ce lo chiedono i mercati. Bisogna rassicurare i mercati. Come reagiranno i mercati. Prima era la crescita economica, da qualche anno a questa parte l’impostura si è tolta la maschera: è la finanza internazionale a dettare i compiti alla politica. Chi diavolo siano i mercati, però, è una questione lasciata regolarmente sul vago. 
Tanto per cominciare, bisogna aver chiara la sproporzione apocalittica fra l’ammontare di ricchezza reale, prodotta con l’agricoltura, l’industria, i servizi, cioè mediante il lavoro, e il quantitativo generato dalle transazioni finanziarie. Prendendo come misura di riferimento il valore (fallace ma comunemente accettato) del Prodotto Interno Lordo, quello del mondo intero nel 2010 è stato di 74 mila miliardi di dollari, mentre il Pil della finanza è stato di 611 mila miliardi: otto volte superiore. Un’abnorme massa di denaro che gira vorticosamente da un angolo all’altro del pianeta, virtuale perché creata a prescindere dall’economia produttiva. Manovrata da potenze finanziarie di gran lunga più forti di qualunque Stato che hanno un nome e cognome. 
Secondo il Dipartimento del Tesoro americano, sono cinque Sim (Società di Intermediazione Mobiliare e divisioni bancarie), cioè J.P Morgan, Bank of America, Citybank, Goldman Sachs, Hsbc Usa, e cinque istituti di credito, ovvero Deutsche Bank, Ubs, Credit Suisse, Citycorp-Merrill Linch, Bnp-Parisbas. Nel 2011 queste dieci banche hanno conquistato il 90% del totale dei titoli derivati, che ancor oggi costituiscono la fetta più grossa dell’intero mercato della finanza globale. Per venire all’Italia, il debito pubblico è posseduto all’87% da banche più assicurazioni, formando insieme il gruppo dei cosiddetti investitori istituzionali, più noti come speculatori. Per l’esattezza, ad essere in mano estera è il 60% dei titoli italiani. Scrive l’economista Fumagalli: «i mercati finanziari non sono qualcosa di etereo e neutrale, ma sono espressione di una precisa gerarchia: lungi dall’essere concorrenziali… essi si confermano come fortemente concentrati e oligopolistici: una piramide, che vede, al vertice, pochi operatori finanziari in grado di controllare oltre il 70% dei flussi finanziari globali e,  alla base, una miriade di piccoli risparmiatori che svolgono una funzione meramente passiva». Lassù, nell’empireo della razza eletta, un club di professionisti della speculazione gestisce il mondo con l’unico fine di moltiplicare i propri profitti, e qua giù il risparmio, i soldi delle famiglie, li segue come un gregge di buoi. 
In quali modi specifici, nessuno saprebbe dirlo. «Chi sta dietro la maggioranza degli hedge fund e dei private equity? Che bilanci hanno? Zero notizie. E i fondi sovrani? Muovono migliaia di miliardi, ma solo quello norvegese dice come. I derivati, un multiplo del Pil mondiale, restano un mistero gaudioso, officiato da banche ombra controllate dall'oligopolio bancario americano più Deutsche Bank» (Massimo Mucchetti, Corriere della Sera, “Il sistema Tyson e le democrazie”, 11 settembre 2011). Federico Rampini, in un articolo rimasto famoso (“Wall Street, le cene del ‘club dei derivati’. Così i banchieri decidono la speculazione”, La Repubblica, 13 dicembre 2010), ne parla come di «una vera e propria "cupola" di grandi banchieri»: questa volta sono nove rappresentanti di altrettante banche, l’élite della prima Borsa del mondo, che controllano in modo esclusivo il commercio dei titoli “tossici”, i derivati, in gergo CDS (Credit Default Swaps). Sono in buona parte gli stessi che abbiamo già elencato: Goldman Sachs, Morgan Stanley, JP Morgan, Citigroup, Bank of America, Deutsche Bank, Barclays, Ubs, Credit Suisse. Secondo il New York Times, ogni terzo mercoledì del mese questi signori si incontrano a Manhattan per concordare le mosse e dirigere dall’alto, e in segreto, il mercato dei junk bonds, la spazzatura finanziaria. La fonte è, anche qui, ufficiale: un’inchiesta della Commodity Futures Trading Commission, organo di vigilanza federale degli Stati Uniti. 
Uno studio dell’Istituto Svizzero di Tecnologia pubblicato sulla rivista scientifica New Scientist ha scoperto che mettendo ai raggi X il groviglio di partecipazioni incrociate nella proprietà di tutte le 43.060 multinazionali presenti al mondo (su un database di 37 milioni di società, l’Orbis, risalente al 2007), è possibile enucleare un gruppo privilegiato di 1.318 investitori che detiene il 60% dell’economia reale mondiale, mobiliare e manifatturiera. Districandosi nei meandri degli assetti proprietari, i ricercatori hanno individuato un gruppo ancora più ristretto di nomi ancora più legati fra loro. In breve, il risultato finale vede 147 soggetti controllare il 40% della ricchezza industriale del pianeta. Meno dell’1% è a capo dell’intero intreccio. È composto per la maggior parte, guarda caso, da banche e fondi d’investimento. Gli stessi di sempre: Barclays, JP Morgan Chase, Ubs, Merryl Lynch, Deutsche Bank, Credit Suisse, Goldman Sachs, Bank of America, Unicredit, Bnp Paribas. I nodi che tengono avvinte questa super-entità in una specie di consiglio supremo della finanza non deve far pensare a un vertice che decide e procede all’unisono. Gli autori della ricerca ipotizzano con ogni verosimiglianza che un tale numero, 147, è ancora troppo elevato per concludere che sia operante una collusione scientifica. Non è dimostrabile, insomma, che agiscano di concerto, ingegnando complotti in sistematica concordia. E’ certamente più probabile che si considerino portatori di interessi comuni e facciano cartello quando risulti utile per aumentare i profitti o ci si debba difendere da tentativi di attaccarne la posizione di dominio (eventuali colpi di coda della politica o di qualche popolazione recalcitrante a farsi colonizzare), ma per il resto è realistico immaginare che si sfidino sul mercato. «La realtà è talmente complessa che dobbiamo rifuggire i dogmi, sia che si tratti di teorie cospirazioniste o di libero mercato», ha affermato uno degli scienziati, James Glattfelder. «La nostra analisi è basata sulla realtà». 
L’anonima sequestri finanziaria, come si vede, non è per niente anonima. 

Alessio Mannino
www.ilribelle.com 28 dicembre 2012

mercoledì 19 dicembre 2012

Intervista: “Alessio Mannino, giornalista dall’animo rock”



Direttore di un giornale on-line durante la settimana, rockettaro convinto e impenitente nei week-end. È Alessio Mannino, 32 anni, vicentino. Ex pigafettiano, sezione A del classico tradizionale, uscito dal nostro liceo con un bel 100 (nonostante capisse davvero poco di matematica e fisica) e poi laureatosi a Padova sette anni fa in Scienze della Comunicazione. Esperienze particolari? Una tesi sulla tv, di cui ancora si stupisce: “Ancora oggi non mi capacito di come potevo pensare di lavorare in un mezzo che davvero non farebbe per me.- e aggiunge – Ma speriamo che qualche direttore tg non mi legga: nella vita non si può mai sapere…”
Dopo aver sbirciato il suo giornale “La Nuova Vicenza” sul web, l’abbiamo intervistato.
Da ex studente del Pigafetta, si ricorda qualche professore in particolare che le è rimasto impresso?
Al ginnasio, in latino e greco, avevo la professoressa Andretta. Nelle sue materie andavo bene, anche se una volta mi diede un 3-meno-meno in un compito di greco che ancora ricordo. Per il “meno meno”: davvero sublime. E come dimenticarsi il compianto professor Gianmarco Alberti, geniale nel far firmare i compiti in classe con pseudonimi. Un giorno mi presentai come  “L’Anticristo”!  Al liceo, invece, ebbi un grande insegnante di storia e filosofia: il professor Cazzola. Forse devo anche a lui il mio tabagismo, anche se non capivo il suo amore per Hegel e contemporaneamente per Nietzsche. Lo capii tanti anni dopo.
Una cosa bella e una brutta che ricorda del Pigafetta?
Di bello c’era la possibilità di stare con coetanei con cui poter parlare anche di cose un po’ più elevate che non quelle amabilmente stupide o scurrili con cui ci si diverte a 15-20 anni (ma anche dopo, sia chiaro, rimangono fondamentali). Di brutto, personalmente, mi sentivo stretto fra due compagini: i “secchioni”(e io, quanto a voti nelle materie principali, lo ero, ma mi disgustava il loro perfezionismo e soprattutto perbenismo) e i più o meno finti “alternativi”, con cui invece condividevo un certo modo di atteggiarmi e vestirmi (ma non mi piaceva la loro spocchia da nostalgici del ’68, un mito che non ho mai avuto perché troppo retorico e sostanzialmente falso).
Lei è giornalista. Chi le ha trasmesso questa passione, e quando?
Semplicemente, professionalmente so fare solo una cosa: scrivere. Fare il giornalista per me è una scelta quasi obbligata. Ho cominciato pressappoco quando mi sono laureato, nel bel settimanale “Vicenza Abc”. Se avete voglia, leggetevi il divertentissimo ritrattino che di me ha fatto il mio direttore di allora, Matteo Rinaldi, sul suo blog: http://www.matteorinaldi.com/2009/02/un-cronista-senza-paura-e-senza-speranze/ (p.s.: effettivamente quella foto è tremenda, mentre invece contesto di essere di destra: non lo sono mai stato. Per me destra e sinistra sono al massimo indicazioni stradali, non più categorie concettualmente valide per interpretare il presente).
Un suo mito giornalistico?
Ne ho due. Uno, che è il mito di tutta la categoria (o almeno di buona parte), è Indro Montanelli: per lo spirito polemico e la superba scrittura. Il mio mito vivente, però, è Massimo Fini, che oggi scrive sul “Fatto Quotidiano”, esattamente per le stesse ragioni, ma anche per la sua linea di pensiero anticonformista.
Cosa le piace del suo lavoro?
Scherzando, ma non troppo, potrei rispondere: poter alzarsi ragionevolmente tardi al mattino. Seriamente: mi appassiona poter indagare sui reali motivi del perché accadono certi fatti piuttosto che altri, e soprattutto poter esprimere il senso critico, che è lo scopo dell’informazione, cioè la conoscenza.
“La Nuova Vicenza” è il giornale on-line che dirige. Quando e perché è nata l’idea di una rivista virtuale? In media, quanti sono gli utenti che visitano il sito o commentano gli articoli?
“La Nuova Vicenza” nasce il 7 dicembre 2011, principalmente come un settimanale on-line del venerdì, per poi via via trasformarsi in un quotidiano, compatibilmente con le nostre forze (il mercato non aiuta, in questo momento storico, e per giunta in una città chiusa e culturalmente ancora bigotta come Vicenza). L’idea è sorta come un’opportunità per il sottoscritto di creare una testata giovane, agile, libera – io ce la metto tutta, poi giudichino i lettori – cosa di cui ringrazio il mio editore Luca Bortolami. Dopo un solo anno, basandoci solo sui contenuti, le inchieste, la ormai nutrita squadra di opinionisti e rubricisti, siamo a 30 mila utenti unici al mese. Apriamo anche una serie di blog personali per chi voglia dire la propria, sempre che qualcosa da dire ce l’abbia. Qualche studente liceale o universitario che sappia usare la penna sarebbe il benvenuto…
Le è mai capitato di ricevere delle critiche per i suoi articoli molto chiari e diretti? Se sì, come le ha affrontate?
Grazie per il “molto chiari e diretti”, anzitutto. Critiche? A iosa. Lamentele, sfuriate, incazzature, ma per lo più mugugni e odii cordiali: a Vicenza si parla molto alle spalle. Li ho affrontati fregandomene, se provenienti da persone di poco conto, o cercando di capire le motivazioni, se era il caso di farlo. Una critica, comunque, è sempre meglio del silenzio.
Quali sono le più grandi responsabilità nella direzione di un giornale, in questo caso sul web? A questo riguardo, cosa ne pensa del recente arresto di Sallusti per reato d’opinione?
Le rogne maggiori? Sicuramente quando si trattano notizie giudiziariamente  sensibili o si espongono opinioni in maniera netta, che purtroppo spesso vengono fraintese come livori personali. Un giornalista, secondo me, ha il diritto ma anche il dovere di esporsi, specialmente se è il direttore. Assumendosene tutta la responsabilità e le conseguenze. Su Sallusti: trovo eccessiva la galera e umanamente sono solidale, ma quello di cui si è macchiato non è reato di opinione, ma di omesso controllo su un articolo che dichiarava il falso, il che non equivale ad un’opinione. Altrimenti tutti potremmo inventarci balle sul conto degli altri così, a buffo, impunemente.
Qual è il rapporto con “Il Giornale di Vicenza”, principale quotidiano della città? Che differenza c’è tra il Suo quotidiano e quello della città?
Per come la vedo io, il rapporto è complementare: il mio giornale web fa approfondimento, inchiesta e opinione, il quotidiano maggiore della città punta tutto sulla cronaca.
Qual è l’obiettivo del futuro per “La Nuova Vicenza”?
Diventare a livello locale la voce di quel mondo fluido, innovativo e senza tabù che è caratteristico della Rete.
Considerando “Il Pigazzetta”, quale consiglio darebbe ai ragazzi che vi scrivono?
Non ho abbastanza anni di esperienza alle spalle per sentirmi in grado di dispensare consigli, ma visto che me lo chiedi, direi questo: quando scrivete, cercate sempre di vedere l’altro lato della medaglia.
3 parole per descriversi?
Dura essere obbiettivi su se stessi. Ci provo: sincero, incazzoso, nottambulo.
Insomma: come avrete capito, Mannino è uno deciso, intraprendente e senza peli sulla lingua, che affronta la realtà con disinvoltura e con la curiositas dei latini. Ha anche una rock band e di regola frequenta gente che non ha niente a che fare col suo lavoro: “Non esiste week-end in cui non vada a un concerto. Mi serve per mantenere l’equilibrio ed evitare la noia.”

Silvia Marin
14 dicembre 2012