Io non sono sempre delle mie opinioni. G. Prezzolini

sabato 17 giugno 2017

E sono 37, maledizione




«L’essere felici è un intralcio alla serenità. Quando ero felice temevo il momento in cui non lo sarei stato più» (Sylvain Tesson, "Nelle foreste siberiane")

Ogni anno che passa festeggio più malvolentieri quel giorno in cui cominciò l’involontario soggiorno su questa terra. Una candelina in più, un pezzo di vita di meno. Ci si conosce di più, si affina la conoscenza del mondo e degli altri umani? Sì e no. Sì perché si accumula esperienza e sapere, no perché ci si accorge che il senso ultimo di tutta questa corroborante saggezza è che un Senso non c’è – o è solo, per dirla con il più grande siciliano mai vissuto, Luigi Pirandello, «uno specchio di fronte alla bestia». Vedere con maggior chiarezza non fa che portare al punto di partenza: molte domande, nessuna risposta certa, definitiva e appagante. Si cammina con una torcia nel buio, e questo è quanto.

Invidio gli iniziati ai Misteri antichi, che provando l’emozione dell’estremo limite ne uscivano forti e fiduciosi nella vita, avendo sudato i tremori della morte. A noi figli di un dio minorato e per giunta abolito, questa infusione di energia salvatrice è preclusa: troppo spiritualmente deboli, troppo fisicamente meccanizzati, in una parola troppo alienati. Non ci resta – non mi resta - che cercare un po’ di oblio in anestetici (guerra, nel mio caso di parole - polemismo), surrogati (filosofia), palliativi (contatto con quel poco di natura che resiste alla calamità chiamata uomo), amnesici (l’amicizia), eccitanti (feste, sesso), sedativi (lavoro) e cure sintomatiche (amore). Il tutto mescolato in un caos da cui, per quel che mi riguarda, sgorga il bisogno di pensare per scrivere, che mi placa - e libera.

Se volete farmi un regalo, quindi, leggetemi. Io intanto vi regalo qui un mio scritto pubblicato due anni fa sul primo numero del trimestrale cartaceo “Il Bestiario degli Italiani”. Spero vi piaccia (consiglio la lettura col sottofondo, e successiva visione, di questa canzone: "Sacrifice"). E tanti auguri a me



Boudoir Europa

Mi chiamo Omar, provengo dall’Emisfero Oscuro e sono qui per vendicarmi di voi Occidentali. Io sono il vostro destino: come me, anche voi diventerete profughi e farete della vostra anima un deserto di smartphone. Scappo da una guerra che avete alimentato e finanziato voi, da una povertà travestita da “aiuti” che voi avete scatenato, da una miseria svuotatrice di culture e tradizioni che avete esportato a suon di bombe e telefonini. Io, il “migrante”, sono una vostra creatura.

Sono l’Ombra della vostra civiltà “superiore”. Sono il selvatico di cui vi prende un sacro ed erotico terrore, l’incognito che sale dagli abissi marini. Sono la vostra cattiva coscienza che bussa alla porta per presentarvi il conto.

Sapete bene, nel pozzo nero del vostro inconscio, che voi siete la razza inferiore. Noi siamo capaci di morire annegati a migliaia, voi piagnucolate appena ci scappa il morto quando andate a fare le guerre chiamandole missioni di pace. Noi affrontiamo il pericolo, voi ve la fate addosso davanti ad un apriscatole.

Vengo lì, vittima e carnefice di me stesso, perché voglio essere come voi, e siccome siete venuti da me molto tempo fa, avete fatto man bassa, distrutto, corrotto, sparso la vostra bontà rossa di sangue colonizzandoci perfino il cervello, ora non avete più il diritto di respingerci. Dovreste avere la decenza di togliere l’interessato deretano dalle nostre terre, per impedire al nostro di strusciarsi sulle vostre.

Vogliamo diventare schiavi tali e quali a voi: perché ci negate questa aspirazione, visto che il Lager Globale dev’essere uguale per tutti? Ci offriamo volontari per farci sfruttare, cosa volete di più? Se la Differenza va abolita, perché questa raccolta differenziata di esseri umani? Vogliamo trasformarci in merci da compravendita, e a poco prezzo: fateci entrare e godremo tutti assieme orgasmi multipli da melting-pot.

Se abbandoniamo le nostre bidonvilles e i nostri villaggi, tanto meglio per le vostre corporations che saranno arcicontente di avere tra i piedi meno giovani che non hanno nulla da perdere, perché potrebbero ribellarsi e farvi a pezzi.

Migrare è un affare, e prima o poi tutti dovrebbero provarlo. Così non ci sarebbe più limite, frontiera, punto fisso, stabilità, patria, passato, diversità, identità, confronti, scontri, il Noi e gli Altri. Non ci sarebbe più l’Uomo, resterebbe un Sotto-uomo, essere culeiforme aperto al mondo, senza faccia, inodore, insapore, incolore, che vaga nel mondo inseguendo uno stipendio, l’ipertensione e un felice masochismo. Ci si vede nel Boudoir Europa… 

da “Il Bestiario degli Italiani”, numero 1, anno 1, ottobre-novembre-dicembre 2015, pag 33.

domenica 30 aprile 2017

Il lavoro debilita l’uomo


Da A. Mannino, “Contro la Costituzione”, Circoli Proudhon Edizioni, 2017 (acquistabile cliccando qui)

1.L'Italia è una Repubblica democratica, fondata sul lavoro. (…) Il suo ideatore è il democristiano (ed ex fascista corporativista) Amintore Fanfani. Manda in orgasmo un po’ tutti, il Lavoro: i liberali filo-capitalisti, perché é il presupposto del profitto; i cattolici, immemori della sua origine espiatoria (l’ingenuo Adamo e l’Eva sedotta dal serpente condannati al “sudore del fronte”), che ne hanno fatto un totem spirituale e s’indignano soltanto se i centri commerciali restano aperti nel domenicale giorno di riposo (salvo riempirli a frotte dopo la Santa Messa); gli allora comunisti e socialisti - oggi ideologicamente passati al nemico, credendosi ancora progressisti come nell’Ottocento per via di tutta quella retorica dei “diritti” avanzati ecc ecc - che si contentarono della formula fanfaniana, più astratta rispetto a quella sovietizzante di “Repubblica di lavoratori” caldeggiata da Togliatti e Nenni (e se ne beano tuttora, i nipotini degeneri, come si fa coi cimeli del passato a cui si tiene per romanticismo un po’ idiota). E persino i fascisti, che ci ritrovarono l’eco dell’articolo 9 del Manifesto di Verona del 1943: «Base della Repubblica sociale e suo oggetto primario è il lavoro, manuale, tecnico, intellettuale, in ogni sua manifestazione». Avevano ragione i compagni: tanto valeva più onestamente copiare la Costituzione stalinista del 1936, che all’articolo 12 citava Paolo di Tarso: «Il lavoro in Urss è dovere di ogni cittadino idoneo al lavoro, secondo il principio Chi non lavora non mangia» (povero Marx, sognatore di una società affrancata dal giogo del lavoro alienato, sostituito dal fondatore del bigottismo cristiano). (…) Dalla cacciata dal Paradiso Terrestre in poi (o se si vuole, dalla fine dell’Età dell’Oro), il lavoro è un male necessario. Come ogni male, ha risvolti di bene: il dovere di una giusta fatica, assicurare i servizi per la collettività, e quell’opera di alchimia che è la trasformazione del proprio talento grezzo nel gioiello finito del Sé (i Greci, che la sapevano lunga, usavano a tal proposito la parola poiesis, che richiama la poesia…). Il diritto è semmai un altro: all’ozio. Ora, le 2 ore di lavoro giornaliere proposte da André Gorz (“Travailler duex heures par jour”), le 3 sognate da Paul Lafargue o le 4 teorizzate da Bertrand Russell sono forse poche. Ma 6 ore, come nel recente esperimento svedese, potrebbero essere una buona mediazione. L’ozio è essenziale per il riposo, l’introspezione, la convivialità. Per dimenticare gli affanni. Per isolarci e onorare la nostra interiorità. E per contemplare la Bellezza.

venerdì 8 gennaio 2016

Archiloco, a rebel without a cause

Archiloco di Paro (680 a.C. circa – 645 a.C. circa). Discendente di una distinta schiatta aristocratica, era un bastardo nato da una schiava. Crebbe nella miseria e per guadagnarsi il pane si arruolò come mercenario. Era dunque figlio di due diversi ambienti sociali, in una sorta di personalità doppia. Gli ideali cavallereschi li aveva nel sangue, così come l'istinto a sfidarne i titolari di casta. Il fatto di non essere radicato in alcun posto, da soldato di ventura quale scelse di diventare, fece di lui una personalità capace di crearsi una vita propria. Usava non l’esametro eroico, ma i popolareschi giambo e trocheo, usati per scagliare invettive e cucinare canzonature. Attingeva alla lingua viva, non rifuggendo dalla crudezza e dall’oscenità. Gli alti e bassi del destino di mercenario vengono a rappresentare per lui la legge, il ritmo della vita. Esprimeva quel tipico scetticismo greco verso il divino che tuttavia non sfociava mai in ateismo, perché la divinità é presenza immanente, innegabile come il sole che sorge: «Gli dei, mio diletto, posero come rimedio per i mali incurabili la forza di sopportarli» (10 Diehl). Faceva della massima “niente di troppo” il suo motto, proprio perché sospeso fra gli eccessi, facendo intendere di non disdegnarli. Aveva un carattere estremamente passionale, e difatti fu il primo poeta della storia a rappresentare l'eros come tormentoso groviglio di sensazioni: sensualità, tenerezza, rabbia, delusione. Ruppe coscientemente con tutto ciò che avvertiva come finto e altisonante nella retorica aristocratica e, incurante delle reazioni che suscitava, dichiarò guerra alle deformazioni e degenerazioni dell’aristocrazia, origine che tuttavia non rinnegò mai. La scherniva e vi si ribellava per troppo amore per i suoi nudi valori: lealtà, amicizia, equilibrio, misura. Nel suo verso forse più famoso scrive che è meglio gettare lo scudo, pur di salvare la pelle. “Del mio scudo si fa bello/ uno dei Saii. Presso un cespuglio/ lo dovetti lasciare; e non volevo./ Che bellezza di scudo! Ma salvai/ la pelle. Alla malora/ lo scudo. Un altro/ ne comprerò, migliore”.
Per Nietzsche é «il battagliero servitore delle Muse», per Pindaro «amante del biasimo, che s'ingrassa con l'odio dalle gravi parole», mentre Aristotele scrive: «per quanto maledicente, i concittadini di Paro lo onorarono». Un combattente senza causa ad eccezione della propria.

venerdì 4 settembre 2015

La domanda senza risposta

E s'insinua, strisciando sotto la pelle delle giornate, uscendo di notte - la notte che dona incoscienza, l'unica via di scampo in vita - prorompendo dalle cicatrici passate e dalle ferite presenti, avvolgendo lentamente e inesorabilmente le sensazioni, inghiottendo in un nero opaco le occupazioni e preoccupazioni, eccola, ecco che arriva, ecco farsi strada e prendere il suo posto nel nostro sangue, in silenzio e bruciando come sale nella carne tagliata e ansimante la domanda che annega e fa il vuoto dentro e intorno: perché?

mercoledì 12 agosto 2015

Morte agli imbecilli!



“La stupidità degli altri mi affascina, ma preferisco la mia”, Ennio Flaiano

Un mio vecchio amico - vecchio per conoscenza e vecchio d’età, e tu non sei tipo da avertene se chiamo le cose col loro nome, vero vecchio mio? – mi ha fatto una confidenza non priva di una certa sfrontatezza: «mi consola l’idea che quando sarò morto resterà qualcuno come te che continuerà l’eterna guerra agli imbecilli».
Non più giovane, ma molto più giovane di spirito del novantanove per cento delle mezze seghe di 20-30 anni (e anche di 40), con un acutissimo senso dell’ingiustizia e della libertà, cupido d’ozio e di sterminate letture, moralmente tutto d’un pezzo ma alieno dal moralismo bacchettone degli intellettualoidi che benpensano, questo mio caro amico non poteva farmi complimento migliore. Ma amaro come il fiele: a combattere contro gli stupidi (vaste programme, De Gaulle) si sa in partenza che sarà una battaglia perduta.
E proprio qui sta l’augurio che mi lusinga: solo le cause perse sono davvero, fino in fondo, nobili. Perché non saranno mai macchiate dal pericolo, che è certezza, di venir corrotte dall’inevitabile arroganza tipica del vincitore. Caro amico, sconsolati pensieri come il tuo fanno sentire meno vano questo inutile “tirare innanz” che è la vita. a.m.