Io non sono sempre delle mie opinioni. G. Prezzolini

martedì 1 maggio 2018

Lavoratoriii! Prrrrr!


“Lavoratoriiii! Prrrrrr!”. Il liberatorio gesto del gomito del vitellone contro lo sgobbone che lanciava seriosamente l’Italia verso il boom, oggi può essere al massimo lo sberleffo spento e un po’ patetico dell’ex giovane di trenta, trentacinque o quarant’anni suonati che esorcizza il proprio stato di disoccupazione subìta fingendo una malinconica e frenetica allegria. Lavorare per vivere resta in superficie il dovere figlio dell’etica cristiano-borghese-comunista (Paolo di Tarso et Costituzione stalinista del ‘36: chi non lavora non mangia) in un mondo senza più borghesia, decristianizzato e archiviatore dell’utopia. Ma la morale comune è il risultato dell’ideologia vincente nella Terra globalizzata: prendendo a prestito il buon caro Marx, sotto una struttura fatta di supercapitalismo finanziarizzato e virtualizzato, in cui ciascuno è tenuto a diventare imprenditore di se stesso, appendice umana di una app disattivabile in un millisecondo (modello taxi Uber, per capirci: it’s the sharing economy, bellezza!), pedina intercambiabile in una precarietà che uccide i sogni all’alba, rendendo durissima la vita per chi voglia ancora perpetuare la specie facendo una famiglia e dando un minimo di serenità alla propria esistenza; sopra, una sovrastruttura che immergendo in un cocktail autoconsolatorio di bovarismo e situazionismo collettivo il Millennial mediamente sfigato, lo illude che il benessere socialdemocratico della sua infanzia (papà e mammà avevano casa, impiego sicuro, tempo libero per godere il più possibile del “diritto alla festa”) rimanga ancora un promessa valida, agitandogli sotto il naso il mito americano del self-made man trasformatosi nel frattempo in selfie-made man, l’individuo tutto felice di mostrarsi su Facebook e Instagram mentre sfoga il narcisismo dell’infelice. Formula dell’insoddisfazione perfetta: inseguire la meta di un lavoro stabile e pagato abbastanza per divertirsi a narcotizzare la condizione di schiavi salariati, non riuscendo però mai a raggiungerla. Lavori come un negro o, ancor peggio, a singhiozzo, sempre appeso all’incertezza, coltivando da bravo imbecille l’ostinato impegno nella speranza di un “buon posto”, ti autocolpevolizzi se non ce la fai o denunci la tua povertà relativa, contribuendo a quel genere di nicchia assolutamente innocuo che è il lamento da proletario intellettuale e cervello in fuga, ricominci la giostra dei curricula, rimandi la responsabilità di essere adulto per non rinunciare alla tua sempre più disagiata agiatezza. Ti rassegni a sopravvivere anziché vivere, covando il risentimento del frustrato che campa grazie alla pensione dei tuoi vecchi, rimuovendo la fosca prospettiva di quando la Signora con la Falce passerà a prenderseli: allora il declassamento da ceto medio e mediocre si tramuterà in bufera che spazzerà via ogni rinvio, mettendoti di fronte all’atroce realtà: ti hanno difeso dalla fatica abituandoti alla pappa pronta, rassicurandoti che Stato e mercato garantiscono il diritto alla bella vita, e ora sei solo. Sei solo un lavoratore sfruttato come sempre, ma col miraggio di spassartela comunque. Cosi vivi per lavorare per poi non lavorare, anche perché nel frattempo la Tecnica, grazie soprattutto all’insidioso regalo di Pandora che è il sacro Web (ormai fattosi protesi corporea, sempre chini sul telefonino come siamo), ti sta sostituendo con un apposito robot che farà scomparire intere categorie di braccianti moderni, e tu sarai più superfluo di quel che già sei. La tua forza-lavoro vale un milionesimo di meno del sigaro acceso e buttato per sfizio da un Buffet o un Soros assisi su miliardi di dollari manovrati con un click. Ma soltanto allorchè capirai quanto tu sia il protagonista della tragedia di un uomo ridicolo, solo a quel punto la vendetta che fai crescere ogni giorno in orto chiuso, fra te e te e i tuoi cari e se proprio ti senti cittadino, aggregandoti a un movimento anti-sistema di facciata (la rivoluzione non si fa su Internet, e ci sono ancora troppo pochi esuberi tecnologici in giro), solo allora ti si schiariranno le idee sul valore del Lavoro: un dogma per farti sopportare questa vita agra e concederti gli spiccioli da sputtanarti in beni “posizionali”, le nuove “brioches di Maria Antonietta”, in un continuo oscillare fra noia depressiva ed euforia maniacale, compromesso e rabbia, consumo trattenuto e invito allo spreco, risparmio e indebitamento, aspirazioni e fallimento. Sei più servo degli servi antichi, che almeno sapevano di esserlo e non pensavano da ricchi per vivere da poveri. Ti libererai quando la finirai con questo lavorismo auto-schiavizzante, rimettendo quel male necessario che è lavorare dove dovrebbe stare, cioè fra gli strumenti e non fra i fini, esattamente come per il demoniaco denaro. E ricordandoti, in un socialismo dionisiaco e tragico destinato a pochi, che la gioia è il grasso che cola per il guerriero che si ristora dopo aver combattuto per dignità, bellezza e onore. Non stare al gioco: compra il meno possibile, ozia il più possibile, cerca di fare il possibile per sabotare

Alessio Mannino
"Lavoratoriii! Prrrrrr!"
Il Bestiario degli Italiani
Numero 3 anno 2
2017

martedì 19 settembre 2017

L'underground sporco e selvaggio è morto. Viva l'underground!


Dio è morto, Woody Allen non si sente tanto bene, e il popolo dell’underground rock si è suicidato su Internet. Fino ancora a quindici-dieci anni fa resisteva nel sottosuolo musicale una pur minima vitalità: gruppi originali, ammirevoli postacci piccoli o grandi ad ospitarli, sale prove più o meno professionali (o fai-da-te, fumose e sporche essendo regni maschili), un certo interesse per i concerti dal vivo, scambi di conoscenze e contatti che lo la ragnatela web all’inizio non ostacolava ma anzi facilitava, fra musicisti con altri musicisti, coi fan e tra fan, coi gestori che suonavano pure loro, con gli amici di dischi e di pogo, chattando per passarsi le notizie sull’ultimo, semi-clandestino, praticamente introvabile album dell’ennesima band misconosciuta e rigorosamente di nicchia, dandosi appuntamento al mercatino del vinile vintage, discutendo forsennatamente come i veri appassionati fanno e, bambinoni fanatici, sono orgogliosi di fare, per girare in musica l’irrequietezza tipica, e di regola alcolica, che scandiva a ritmo di rock le insulse giornate-tipo del mai cresciuto eterno adolescente in chiodo.
C’era, come si diceva in gergo, una “scena”. O meglio, tante scene quante erano le subculture, o sottogeneri, in cui si divide l’arcipelago rock: punk, hardcore, metal, glam, indie… Ma nonostante tutto il “giro”, sfigato e settario com’era sempre stato, c’era.  Ammaccato, assottigliato, sfiduciato, ridotto ai fedelissimi trentenni contenti di giocare a fare comunque i ventenni, stretto nel vicolo cieco tra la crisi economica (leggi: chiusura forzata dei locali) e il mancato riciclo di nuove leve rockettare (scomparsi i ragazzini o ragazzine, o meglio: ci sono ma è come non ci fossero, più intenti ai selfie che a incontrare, a  fare amicizia).
Poi, lentamente ma inesorabilmente, il declino definitivo. Con un colpevole preciso: la Rete. Quando non c’era il mostro che ci ha resi tutti quanti più social e più soli, chi aveva, poniamo, vent’anni tondi nel 2000, al massimo utilizzava i primordiali programmi per scaricare i brani gratis, o passava deleterie ma tutto sommato utili ore davanti al pc di casa a scriversi sulle prime rudimentali chat, o nei mitici forum (il non plus ultra della vetrina era Myspace, che uno straccio di personalità la lasciava); ma inevitabilmente, vivaddio ancora memore di quando questa diavoleria planetaria non esisteva, era portato ad alzare le chiappe dalla sedia e andare a vedere coi propri occhi e ascoltare con le proprie orecchie. Usciva in cerca di vita.
E mica solo per il live in sé: soprattutto per tutto quel che trovava, gli amici di sempre e quelli che avrebbe conosciuto davanti al palco o al bancone, ragazze (o ragazzi) da rimorchiare, situazioni divertenti da vivere per il solo fatto di viverle, notti brave, imprevisti demenziali, sbronze e “viaggi”, fatti e fattoni, rientri all’alba, interminabili dibattiti su quale sia il gruppo migliore e quale il peggiore, le traversate in auto, gli smadonnamenti per il costo del biglietto dei concerti (specie quelli più grossi, sempre più proibitivo), l’attenzione, narcisistica ma innocente, ad agghindarsi secondo lo stile della tribù, il senso di appartenenza ad una sorta di “società segreta”, coi suoi miti, i suoi eroi e i suoi codici non scritti, il piacere, puro, di stare uno appiccicato all’altro nel pubblico, sudati e a gola squarciata, ad ascoltare e farsi rapire dal sabba collettivo, tuffandosi nell’incoscienza grazie ad un rito ad alto voltaggio.
Oggi, con Youtube, con Facebook, con i siti e sotto-siti, ogni mistero è dissolto. Impossibile provare la curiosità dell’attesa (“beh, andiamo a sentire come sono quei tizi”): basta un click e si sa già tutto, vedendo comodamente e pigramente quel che una volta si poteva vedere solo faccia a faccia, in prima persona, fisicamente. Tutto è talmente a portata di polpastrello da diventare così facile, così immediato e anche così demotivante. Annoiante. Insignificante. Nessuno sforzo, nessun gusto. E nessuna spinta a uscire dal proprio miserabile universo virtuale. Attenzione: anche quando si è fisicamente presenti. Il colpo di grazia è stato navigare sul telefonino. Esempio: non ci si gode più del tutto e completamente l’emozione qui e ora, la testa va subito a filmare e fotografare, per “socializzare” (postare) come se fosse più importante che chi ti segue sui social sappia il significato per te di quel momento, che farti rapire tu da quel momento - senza pensare ad altro che non ad assaporarlo, nella sua intensità e spontaneità uniche.
A questo punto non c’è neanche più bisogno di muoversi: ovunque e in qualsiasi momento si possono acquisire quelle quattro informazioni in croce sul gruppo o sul locale e se non ci sembra una figata, non si va. Con una scelta potenzialmente enorme di spunti, suggestioni e opzioni, si diventa anche più difficili e isterici. Ci si accontenta molto meno. Ed è noto che chi non si accontenta, gode anche molto meno.
Il complesso del sedentario digitale ha fatto diminuire il numero di band in circolazione (a parte le cover e tribute band, benché pure queste non siano più così tante), ha tolto clientela ai gestori o l’ha indotta a spendere di più per l’ultimo modello di IPhone che non a scialacquare saggiamente in biglietti e bibita, ha essiccato la linfa dell’orgoglio rockettaro, ha fatto calare il sipario su festival a loro modo storici, ha costretto a commercializzare - cioè a banalizzare - le scalette e i calendari, ha ristretto le occasioni e gli spazi. Ha fatto il deserto, o quasi. I pochi soldi in tasca sono una scusa: a parte i figli di papà, quando mai da giovani si è avuta tanta grana da spendere la sera?
Autobiograficamente: quando mi capita di imbattermi in un nuovo gruppo che tenta e, vedi mai, riesce pure a proporre canzoni sue e di accettabile qualità, bacio per terra. Perché è una rarità. Fino a non molti anni fa non dico fosse la norma, ma di sicuro era più frequente. Adesso è la miracolosa eccezione. Non perché non nascano: ma perché non hanno la possibilità nemmeno di farsi vedere, e non hanno più, i pischelli, la rabbiosa spinta che si aveva quando si stava peggio. Come sono letteralmente eccezionali, anzi titanici, quei circoli e quei club (ormai c’è la tessera dappertutto, e ti credo: ogni agevolazione è benvenuta) che in direzione ostinata e contraria s’incaponiscono a offrire quel che rimane del rock. In quest’epoca in cui il diavolo non fa più musica e i ribelli non hanno più i capelli lunghi, perché ormai ce li hanno tutti e del demoniaco s’è perso il ricordo.
Tutto perduto? No. Ma quasi. E’ sempre più minoritario e catacombale, l’underground. Ma non più elitario: un tempo si doveva volere entrare e fare la fatica di essere ammessi all’esclusivo microcosmo, pezzente ma fiero, di chi si era votato alla Chiesa elettrica. Ora è sufficiente farsi qualche digitata davanti a uno schermo, imparando in solitaria quel che si crede sia sufficiente da sapere, credendosi già adepti - e invece manca, semplicemente, la realtà.
Alle origini – il trentennio ’70-’80-’90 degli scantinati e delle compagnie di strada, spazzate via anche queste dalla reperibilità da cellulare e sui social network – si recitava in buona fede la parte del diverso alternativo: un compiaciuto perdente nell’inutile e in fondo stupida lotta al mainstream (musica leggera, da classifica, pop, Sanremo e nazional-popolare vario). Adesso, non c’è neanche più quel fascino: nel frattempo è stato già visto e digerito tutto, e senza più novità non c’è più interesse, nemmeno perverso.
Ci si sente già sopravvissuti a neppure 40 anni. Finirà come la classica? Il rock come una enclave di cultori mediamente attempati, nei cui ritrovi si respira l’aria funerea e nostalgica di chi custodisce la tradizione? Il Tempo distrugge e ricrea tutto. E’, a suo modo, un’incessante rivoluzione. «Abbatteremo la borghesia e la sua cultura, ma la Nona di Beethoven la salveremo», disse Bakunin. Noi salveremo “Rock’n’roll” dei Led Zeppelin, e tutto quel che ne viene prima e dopo. Almeno finché esisterà qualcuno che, con chitarra voce basso e batteria, ci chiamerà a sentirlo dal vivo. Keep on rocking

Alessio Mannino
''L'odore forte dell'underground", pubblicato su La Voce del Ribelle, n°81, Aprile 2017

sabato 17 giugno 2017

E sono 37, maledizione




«L’essere felici è un intralcio alla serenità. Quando ero felice temevo il momento in cui non lo sarei stato più» (Sylvain Tesson, "Nelle foreste siberiane")

Ogni anno che passa festeggio più malvolentieri quel giorno in cui cominciò l’involontario soggiorno su questa terra. Una candelina in più, un pezzo di vita di meno. Ci si conosce di più, si affina la conoscenza del mondo e degli altri umani? Sì e no. Sì perché si accumula esperienza e sapere, no perché ci si accorge che il senso ultimo di tutta questa corroborante saggezza è che un Senso non c’è – o è solo, per dirla con il più grande siciliano mai vissuto, Luigi Pirandello, «uno specchio di fronte alla bestia». Vedere con maggior chiarezza non fa che portare al punto di partenza: molte domande, nessuna risposta certa, definitiva e appagante. Si cammina con una torcia nel buio, e questo è quanto.

Invidio gli iniziati ai Misteri antichi, che provando l’emozione dell’estremo limite ne uscivano forti e fiduciosi nella vita, avendo sudato i tremori della morte. A noi figli di un dio minorato e per giunta abolito, questa infusione di energia salvatrice è preclusa: troppo spiritualmente deboli, troppo fisicamente meccanizzati, in una parola troppo alienati. Non ci resta – non mi resta - che cercare un po’ di oblio in anestetici (guerra, nel mio caso di parole - polemismo), surrogati (filosofia), palliativi (contatto con quel poco di natura che resiste alla calamità chiamata uomo), amnesici (l’amicizia), eccitanti (feste, sesso), sedativi (lavoro) e cure sintomatiche (amore). Il tutto mescolato in un caos da cui, per quel che mi riguarda, sgorga il bisogno di pensare per scrivere, che mi placa - e libera.

Se volete farmi un regalo, quindi, leggetemi. Io intanto vi regalo qui un mio scritto pubblicato due anni fa sul primo numero del trimestrale cartaceo “Il Bestiario degli Italiani”. Spero vi piaccia (consiglio la lettura col sottofondo, e successiva visione, di questa canzone: "Sacrifice"). E tanti auguri a me



Boudoir Europa

Mi chiamo Omar, provengo dall’Emisfero Oscuro e sono qui per vendicarmi di voi Occidentali. Io sono il vostro destino: come me, anche voi diventerete profughi e farete della vostra anima un deserto di smartphone. Scappo da una guerra che avete alimentato e finanziato voi, da una povertà travestita da “aiuti” che voi avete scatenato, da una miseria svuotatrice di culture e tradizioni che avete esportato a suon di bombe e telefonini. Io, il “migrante”, sono una vostra creatura.

Sono l’Ombra della vostra civiltà “superiore”. Sono il selvatico di cui vi prende un sacro ed erotico terrore, l’incognito che sale dagli abissi marini. Sono la vostra cattiva coscienza che bussa alla porta per presentarvi il conto.

Sapete bene, nel pozzo nero del vostro inconscio, che voi siete la razza inferiore. Noi siamo capaci di morire annegati a migliaia, voi piagnucolate appena ci scappa il morto quando andate a fare le guerre chiamandole missioni di pace. Noi affrontiamo il pericolo, voi ve la fate addosso davanti ad un apriscatole.

Vengo lì, vittima e carnefice di me stesso, perché voglio essere come voi, e siccome siete venuti da me molto tempo fa, avete fatto man bassa, distrutto, corrotto, sparso la vostra bontà rossa di sangue colonizzandoci perfino il cervello, ora non avete più il diritto di respingerci. Dovreste avere la decenza di togliere l’interessato deretano dalle nostre terre, per impedire al nostro di strusciarsi sulle vostre.

Vogliamo diventare schiavi tali e quali a voi: perché ci negate questa aspirazione, visto che il Lager Globale dev’essere uguale per tutti? Ci offriamo volontari per farci sfruttare, cosa volete di più? Se la Differenza va abolita, perché questa raccolta differenziata di esseri umani? Vogliamo trasformarci in merci da compravendita, e a poco prezzo: fateci entrare e godremo tutti assieme orgasmi multipli da melting-pot.

Se abbandoniamo le nostre bidonvilles e i nostri villaggi, tanto meglio per le vostre corporations che saranno arcicontente di avere tra i piedi meno giovani che non hanno nulla da perdere, perché potrebbero ribellarsi e farvi a pezzi.

Migrare è un affare, e prima o poi tutti dovrebbero provarlo. Così non ci sarebbe più limite, frontiera, punto fisso, stabilità, patria, passato, diversità, identità, confronti, scontri, il Noi e gli Altri. Non ci sarebbe più l’Uomo, resterebbe un Sotto-uomo, essere culeiforme aperto al mondo, senza faccia, inodore, insapore, incolore, che vaga nel mondo inseguendo uno stipendio, l’ipertensione e un felice masochismo. Ci si vede nel Boudoir Europa… 

da “Il Bestiario degli Italiani”, numero 1, anno 1, ottobre-novembre-dicembre 2015, pag 33.

domenica 30 aprile 2017

Il lavoro debilita l’uomo


Da A. Mannino, “Contro la Costituzione”, Circoli Proudhon Edizioni, 2017 (acquistabile cliccando qui)

1.L'Italia è una Repubblica democratica, fondata sul lavoro. (…) Il suo ideatore è il democristiano (ed ex fascista corporativista) Amintore Fanfani. Manda in orgasmo un po’ tutti, il Lavoro: i liberali filo-capitalisti, perché é il presupposto del profitto; i cattolici, immemori della sua origine espiatoria (l’ingenuo Adamo e l’Eva sedotta dal serpente condannati al “sudore del fronte”), che ne hanno fatto un totem spirituale e s’indignano soltanto se i centri commerciali restano aperti nel domenicale giorno di riposo (salvo riempirli a frotte dopo la Santa Messa); gli allora comunisti e socialisti - oggi ideologicamente passati al nemico, credendosi ancora progressisti come nell’Ottocento per via di tutta quella retorica dei “diritti” avanzati ecc ecc - che si contentarono della formula fanfaniana, più astratta rispetto a quella sovietizzante di “Repubblica di lavoratori” caldeggiata da Togliatti e Nenni (e se ne beano tuttora, i nipotini degeneri, come si fa coi cimeli del passato a cui si tiene per romanticismo un po’ idiota). E persino i fascisti, che ci ritrovarono l’eco dell’articolo 9 del Manifesto di Verona del 1943: «Base della Repubblica sociale e suo oggetto primario è il lavoro, manuale, tecnico, intellettuale, in ogni sua manifestazione». Avevano ragione i compagni: tanto valeva più onestamente copiare la Costituzione stalinista del 1936, che all’articolo 12 citava Paolo di Tarso: «Il lavoro in Urss è dovere di ogni cittadino idoneo al lavoro, secondo il principio Chi non lavora non mangia» (povero Marx, sognatore di una società affrancata dal giogo del lavoro alienato, sostituito dal fondatore del bigottismo cristiano). (…) Dalla cacciata dal Paradiso Terrestre in poi (o se si vuole, dalla fine dell’Età dell’Oro), il lavoro è un male necessario. Come ogni male, ha risvolti di bene: il dovere di una giusta fatica, assicurare i servizi per la collettività, e quell’opera di alchimia che è la trasformazione del proprio talento grezzo nel gioiello finito del Sé (i Greci, che la sapevano lunga, usavano a tal proposito la parola poiesis, che richiama la poesia…). Il diritto è semmai un altro: all’ozio. Ora, le 2 ore di lavoro giornaliere proposte da André Gorz (“Travailler duex heures par jour”), le 3 sognate da Paul Lafargue o le 4 teorizzate da Bertrand Russell sono forse poche. Ma 6 ore, come nel recente esperimento svedese, potrebbero essere una buona mediazione. L’ozio è essenziale per il riposo, l’introspezione, la convivialità. Per dimenticare gli affanni. Per isolarci e onorare la nostra interiorità. E per contemplare la Bellezza.